Descrizione
LA BANDELLA di Alessandro Rubino
Ci sono libri che si leggono. E poi ci sono libri che si attraversano. Questa raccolta di Giuseppe Chiera non chiede di essere semplicemente compresa. Chiede di essere vissuta.
Ho conosciuto le sue parole come si conosce un paesaggio all’alba: lentamente, senza volerlo possedere. E mi sono accorto che in questi versi non c’è la ricerca dell’effetto, non c’è il bisogno di stupire. C’è piuttosto una fedeltà. Fedeltà a ciò che accade dentro, quando il rumore del mondo si abbassa e resta soltanto il battito.
Chiera scrive di sé, ma non parla mai soltanto di sé. Scrive della solitudine, del tempo che scorre e ci cambia, delle contraddizioni della vita, degli affetti, della guerra che attraversa la storia e di quell’amore che sa farsi luce, elegia e passione. Eppure in ogni poesia si avverte una scelta: non cedere alla banalità.
C’è l’amore. In queste pagine, non è rifugio facile. È verità. È ciò che ci espone. È ciò che ci costringe a guardarci senza difese. Non è un riempire un vuoto. È riconoscere che il vuoto ci appartiene e che proprio lì può nascere qualcosa di autentico.
C’è poi il tempo. Non il tempo dell’orologio, ma quello che si insinua nei gesti, nei ricordi, nei silenzi. Il tempo che evapora, che muta, che lascia tracce leggere come polvere di luce. Il poeta non lo rincorre. Lo ascolta. Lo lascia respirare dentro di sé.
E c’è la natura. Il cielo che cambia colore, il vento che porta via il superfluo, le foglie che insegnano a restare leggere, il mare, l’azzurro intenso, le zagare e il rosmarino della terra natia. La Calabria non è soltanto un luogo: è radice, è memoria che brucia dolcemente sulla pelle, è appartenenza che nessuna distanza può spegnere.
Anche il male del mondo entra in questi versi. Ma non come grido. Piuttosto come consapevolezza. Come quella sensibilità che oggi sembra debolezza e che invece è la forma più alta di coraggio: restare aperti, non diventare duri, non lasciarsi indurire.
In questa raccolta il sogno ha un posto preciso. Non è fuga, ma laboratorio silenzioso. È lì che nascono parole nuove, è lì che la realtà può essere guardata da un’angolazione diversa. La parola diventa allora uno strumento delicato e potente: non spiega ciò che appare, ma illumina ciò che accade davvero.
Leggendo queste pagine ho avuto l’impressione che il poeta non stia cercando risposte definitive. Stia piuttosto imparando a restare. Restare nell’incertezza, nell’amore, nella nostalgia, nella trasformazione. Restare nel respiro del tempo.
E forse è questo che la poesia può ancora fare per noi: non salvarci, ma renderci più veri. Più attenti. Più presenti.
Chi aprirà questo libro non troverà formule, né consolazioni facili. Troverà uno spazio. Una stanza silenziosa dove sedersi e ascoltare il proprio battito, mentre fuori il mondo continua a correre. E in quel silenzio, forse, riconoscerà qualcosa di sé.







