Descrizione
LA BANDELLA DI GIUSI PALAZZO
La parola del poeta è voce dell’immediato, rinuncia a dominare le cose e docile accettazione dell’intimo fluire della vita. Innamorato di tutte le forme e di tutte le sfumature, si lega ad ogni singola cosa e, attraverso il fitto reticolato del tempo e del mutamento, ne segue il percorso e le cadute.
Se le scienze disdegnano la molteplicità, perseguendo a tutti i costi una coerente unità, nell’intento di essere ragione che cattura l’essere, la poesia non sa rinunciare a nulla: l’ombra che cammina di giorno, l’alito del vento che spettina i capelli, il profumo del gelsomino notturno, la forbice che recide volti e memorie, il fantasma che reclama la sua presenza.
Ebbro del suo stesso stupore, il poeta, contro ogni astrazione, racconta dei diversi aspetti della vita; delle strade percorse e di quelle mai vissute, delle feste troppo in fretta godute e svanite come brina all’alba, di quel che c’è e di quel che non c’è mai stato fino al sogno e al desiderio, perché davvero tutto ha il diritto di essere raccontato, come note perse di una melodia, che reclamano il proprio diritto al suono.
Eppure, in questo cammino, che si riconosce fragile e umile, vi è un perseguire la verità. Non quella assertiva ed escludente dei filosofi e degli scienziati, che nasce per forza di cose in contrapposizione a qualcos’altro; si tratta piuttosto di una verità detta sottovoce, suggerita dal mistero dell’incontro con l’Altro, qualcosa che non si rassegna a descrivere solo ciò che appare.
Il verso cerca di tradurre i segni gridati nel vociare assordante del mondo per comunicare storie di dolore, tragici mutismi e richieste di redenzione.
Come non vi è strategia o formula magica che riesca ad esprimere memorabilmente la vita, perché nessuna metafora può contenere i frammenti di un’intera esistenza, così nei versi di Giovanni Passaro si avverte tutto lo sforzo di interpretare una storia e ampliarne il senso perché, se la temporalità ci appartiene, allora la morte legittima la presenza del poeta.
Ad ispirare i versi di questa raccolta vi è una tragica storia di bullismo: il fiore che sbocciava silente, tra le pietre dure del cammino è una giovane vita conclusasi precocemente.
Simbolo di chi anelava al desiderio di essere se stesso, dove ogni goccia di pioggia è pensiero, dolce stelo, l’Andrea di questa raccolta poetica, fedele alla sua unicità, non trova spazio per sé, perché le parole si spezzano, diventano lame mentre le voci che dovevano alzarsi si spegnevano, testimoni di un dolore che ignoravano.
Non esistono porte che lasciano uscire fuori il dolore o la rabbia per tutti gli Andrea del mondo, vittime di una sentenza collettiva, che condanna l’unicità e punisce chi si ribella al conformismo di azioni e pensieri. Mentre le parole non dette lasciano aperto uno squarcio profondo, perché amplificano quel grido dell’anima, che rivendica il diritto a vivere a modo proprio, ci scopriamo testimoni colpevoli di un sistema, che usa il cinismo come barriera impermeabile fra sé e gli altri. E la cultura in cui siamo immersi si rivela come un insieme spietato, proprio perché considera la fragilità una colpa, emargina chi è paziente e pacato ed applaude i prepotenti.
I versi di Giovanni Passaro, contro una pericolosa deriva che usa il linguaggio per gridare, insultare o aggredire, restituiscono, invece, spazio alla gentilezza, all’empatia e al riconoscimento dell’altro in un incontro che poteva esserci e non c’è stato. Quell’incontro anelato e desiderato con ogni vittima delle nostre società escludenti e giudicanti. Perché la poesia abbraccia tutto, anche il non essere, in un’edificante giustizia caritatevole, offrendogli nome e volto. E nella sua verità sussurrata, appena detta sotto voce, invia a noi lettori il conto salato di un colpevole disimpegno.
Giusi Palazzo








