Descrizione
EDITORIALE
La democrazia è evidentemente sotto assedio da una politica economica che si pone alle leggi delle oligarchie, che crea una tendenza non solo economica ma anche politica e quindi culturale dove la concentrazione del potere economico è nelle mani di una ristretta cerchia che plasma a sua immagine l’intero sistema dei rapporti in cui viviamo e questa centralizzazione è ormai un dato di fatto quando l’80% del capitale globale è controllato da meno del 2% degli azionisti.
Una delle più gravi conseguenze di questo processo di centralizzazione dei capitali è che esso minaccia non solo la stessa democrazia ma la sua cultura dettando ignoranza come fine unico, in quanto induce anche un’analoga concentrazione del potere politico e quindi del concetto culturale di libero arbitrio.
In questo intreccio globale l’Italia costituisce uno degli anelli più deboli. l’Italia è stata uno dei paesi più diligenti nel seguire la strada del mercato e delle privatizzazioni a tappeto degli anni Novanta, un paese che ha scommesso quasi tutto sullo slogan “piccolo è bello”, fatto di capitali piccolissimi; e che per questo è completamente sguarnito oggi all’appuntamento della grande centralizzazione globale.
Qui non si sta facendo politica ma si sta parlando di economia e l’economia determina il pensiero politico e quindi il pensiero culturale e quindi l’arte in tutte le sue manifestazioni. Tutto questo per dire che se la cultura e l’arte divengono una merce è la fine della cultura e dell’arte e quindi la fine del libero arbitrio e della libertà di parola.
Questa tendenza sta riproducendo lo storico dualismo tra Sud e Nord Italia su una scala più ampia continentale, tra l’Italia e gli altri paesi del sud Europa ad arrancare, e la Germania e i centri capitalistici del nord Europa a primeggiare col risultato, tra l’altro, che i capitalisti italiani sono sempre più relegati nel ruolo di azionisti di minoranza senza alcun potere decisionale nel direzionare le allocazioni di risorse e sviluppo.
Tutto questo discorso per dire che la cultura rischia di diventare troppo controllata e manipolata non permettendo la crescita di quella dal basso che contiene gli anticorpi per non essere scardinata, un termine di equilibrio che proibisce a chicchessia di diventare il padrone assoluto dell’arte, della cultura in generale e del pensiero multiverso contro il pensiero unico.
Perché la cultura non è altro che la coltivazione dello spirito. Coltivare implica preparare la terra alla germinazione curandola perché da essa possano nascere i frutti necessari per la sopravvivenza stessa della società. Un’azione imprescindibile per la vita, che va eseguita con perizia, cura, calcolo e scienza e prima di tutto buona volontà e consapevolezza del momento attuale anche dal punto di vista economico e politico.
Coltivare la terra con le sementi non è azione diversa dal coltivare un popolo con le idee. Si prepara una mente a germinare, dissodandola dai pregiudizi, facendole respirare nuove idee, seminando nozioni e valori, metodi e linguaggio, profondità e snellezza nel ragionamento, di modo che da essi possano nascere il giudizio, le opinioni e la consapevolezza negli individui.
Così si forma un popolo, di conseguenza il suo Stato, che ha un ruolo determinante per la libertà di pensiero di cui la cultura e la democrazia sono linfa vitale.
Questo paese rischia la desertificazione degli spiriti, e la morte spirituale non è meno grave della sua distruzione fisica.
Bisogna appellarsi alla più estrema immaginazione intellettuale, pensando a cosa direbbero Ippolito D’Este o Lorenzo De Medici, e cosa potrebbero pensare delle Signorie che ci governano oggi.
Oggi, le parole e i concetti necessari ad un popolo per sviluppare una coscienza culturale, vengono macinati assieme al malcostume, la bassezza morale, la codardia, il compromesso e ne diventano parte, svuotandosi del loro significato e tutto questo intossica le menti con le tecniche della persuasione subliminale o con le ben più palesi menzogne.
I prati rigogliosi dove dovranno crescere le idee del futuro dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, vengono quotidianamente corrotti da un inquinamento irreversibile.
Non abbiamo migliore vaccinazione che una migliore educazione che provenga da noi, dai migliori insegnanti, sino al migliore dei genitori.
I nostri ragazzi sono nelle nostre mani tutti i giorni. Ma ci vuole una riflessione profonda; e la televisione dell’osteria e del reality tutto distrugge, per il profitto, il vile denaro, il nostro futuro, quello della nostra nazione, dei nostri ragazzi più grandi che stanno scappando tutti e non torneranno sino a che noi non li convinceremo veramente, e dov’è il prestigio della nostra storia, dall’antica Roma, a tutti coloro che sono morti da Custoza sino ai partigiani fucilati sui monti, magari proprio la mattina del 25 aprile del ’45, cosa raccontiamo loro? Cosa raccontate voi? Cosa abbiamo fatto di quella libertà che ci hanno passato come un testimone prima di morire?
Siamo fanalino di coda in Europa per tutto. Non abbiamo il rispetto naturale per le cose, che in modo naturale andrebbero rispettate, e di conseguenza non abbiamo rispetto neppure per i nostri figli, per dei figli migliori domani, perché siamo i primi che dovrebbero capire questo ma ci giriamo sempre dall’altra parte.
Bisogna agire prima che diventi una crosta impenetrabile.
E qui necessita rivolgersi specialmente agli operatori nelle scuole e nelle università. Uscite di nuovo dalle aule, come già avete fatto nella storia, e tenete le vostre lezioni all’aperto! Mettetevi sotto i colonnati delle vostre scuole e ricominciate a tenere lezioni di realtà. Siamo sicuri che molti si fermerebbero ad ascoltare ed a dibattere con voi. E queste sono decisioni che stanno a voi. E speriamo che vogliate ascoltare queste parole.
Il sistema oggi parrebbe non aver più bisogno della Cultura ma quello di spazzarla via, sostituendola con il consumo, determinando la vita di giornali e televisioni vendutesi al pensiero unico.
Non si faccia politica, si faccia cultura. Non si copra di urla, si chiarisca. Non si stringano i pugni, ma siano le mani aperte ad illustrare.
Quello che si chiede non è nuovo, ha due millenni e mezzo e si chiamava Agorà in Grecia e Forum a Roma, era una parola sinonimo di civiltà: la cultura del rispetto verso il pensiero dell’altro.
L’Inedito Letterario è solo una piccola associazione culturale letteraria in Italia, forse la più giovane, una delle tante che sta in piedi per miracolo zigzagando quello che si può fare da quello che non si può, senza soldi ci barcameniamo e cerchiamo di lavorare sino a che riusciremo a stare in piedi, ma siamo individui pensanti e ora siamo ancora qui, e sempre, comunque sia, ci saremo perché abbiamo consapevolizzato il nostro esserci anche come singoli, e quindi vogliamo, come è nostro dovere, cercare di scuotere gli individui che ci conoscono. E come stiamo facendo noi, fatelo anche voi, da oggi, tiratevi su le maniche e datevi da fare, facendo i buoni maestri dei vostri figli e facendo i buoni insegnanti senza guardare solo il tornaconto, seppur troppo limitato, perché purtroppo non abbiamo più tempo! Qui ormai tutti, voi compresi, siamo fuori tempo massimo!








