Descrizione
“La Bandella” firmata dallo stesso autore
“Una tazza di tè.
Nan-In, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-In servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè. Poi non riuscì più a contenersi. ‘È ricolma. Non ce n’entra più!’.
‘Come questa tazza, -disse Nan-In- tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non svuoti la tua tazza?” [1]
Scrivere di architettura, dunque, o parimenti leggere saggi sull’architettura, ha senso, oggi, soltanto se lo si fa svuotando la propria mente da opinioni precostituite, da luoghi comuni, da pregiudizi.
La crisi drammatica e complessa nella quale versa l’intera disciplina architettonica non può essere analizzata razionalmente se a monte vi siano istanze di odio pregiudiziale, di amore incondizionato, di magiche utopie salvifiche o di sentimenti di irredimibilità.
Già dalla scelta del titolo si può tuttavia intuire il punto di partenza dell’analisi cui tenderà questo breve saggio.
E non si stratta di una frase ad effetto.
È, piuttosto, il punto d’arrivo cui giunge chiunque analizzi, anche per sommi capi, le vicende dell’architettura contemporanea e dei suoi interpreti.
La crisi è profonda, complessa, drammatica, ed è sotto gli occhi di tutti.
In questo breve saggio, quindi, si tenterà di capirne i motivi, analizzarli senza pregiudizi ed ipotizzare soluzioni per una difficile ma auspicabile rigenerazione.
E si tenterà di farlo con un linguaggio diretto, chiaro, semplice ed immediatamente accessibile.
Si è convinti, infatti, che uno tra i tanti motivi per i quali questa meravigliosa professione si trovi in un tale stato di disfacimento, consista proprio nell’eccesso di autoreferenzialità, di intellettualismo e di auto compiacimento sterile.
Si pensa al contrario che l’architettura debba uscire dai confini angusti del solo per addetti ai lavori e debba al contrario recuperare le proprie peculiarità disciplinari e sociali; suo stesso motivo ontologico.
Un assaggio delle prime pagine
CAPITOLO 1
Per amore dell’architettura
“Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, – risponde Marco,
– ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo.
Poi soggiunse: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
Marco Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco”.
Non sono pentito di aver intrapreso gli studi in architettura; né sono pentito di essermi laureato ed abilitato all’esercizio della professione di architetto.
Io amo profondamente l’architettura.
Nonostante insegni Storia dell’Arte ormai da qualche anno ed ami questo compito, mi sento, mi definisco e continuerò a farlo, un architetto: “tu es sacerdos in aeternum”.
La morte dell’architetto, alla quale assistiamo ormai dalla fine del secolo scorso, non ci deve cogliere quindi né increduli né felici.
Questo breve saggio, al contrario, nasce come un lucido atto d’amore nei confronti di una professione mai rinnegata.
Forse l’ultimo atto d’amore, disperato come la canzone che si trova al termine della raccolta di poesie d’amore giovanili di Pablo Neruda.
Una canzone disperata ed innamorata che tenta tuttavia di riportare l’oggetto della trattazione sui terreni della razionalità e della possibile visione di un futuro rigenerato.
Che cos’è dunque l’architettura.
Esistono centinaia di frasi, più o meno famose, più o meno amate, che rispondono a questo interrogativo; dal “gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce”[2] di Le Corbusier, al “qualunque cosa fatta di luce proietta un’ombra. La nostra opera è d’ombra, appartiene alla luce”[3] di Louis I. Kahn, sino ad “ogni architettura che non esprime la serenità è un errore”[4] di Luis Barragán, eccetera.
Ma in un’epoca di crisi e di sofferenza, unita alla disonorevole modestia intellettuale, lo sfoggio di citazioni più o meno erudite non riesce a soddisfare l’interrogativo che ci si è posti.
Maggiore è la decadenza, culturale ed economica, e più energico deve essere lo scavare in profondità alla ricerca dell’essenza, dell’entità pura, della fenomenologia dello spirito. Liberiamo dunque l’architettura dagli orpelli che stanno bene in WikiQuote ma che hanno contribuito allo scollamento tra disciplina e realtà e torniamo a parlare di pietre e non di archi.
In “Funzionalismo oggi”, Theodor W. Adorno, intorno alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, ragionando sul funzionalismo, soprattutto riferito alle teorie di Adolf Loos ed in particolare, sul movimento anti-ornamentale e sull’arte priva di finalità pratica, affermava –tra le altre cose– che l’architettura fosse allo stesso tempo autonoma ma anche legata ad uno scopo e che dunque non potesse negare gli uomini come sono, anche se in quanto autonoma dovrebbe farlo. Il compito dell’architettura, secondo il filosofo, era proprio quello di superare nell’opera questa contraddizione, senza negarla[5].
Ecco dunque le pietre.
L’architettura è al servizio di uno scopo e lo scopo è la vita delle persone.
L’architettura è l’essenza discorsiva della quale gli spazi che andrà a pensare ed a realizzare saranno fatti.
È l’odore del bucato, delle lenzuola, del caffè, del cibo appena cucinato, delle spezie, dei profumi e del tabacco di uno spazio racchiuso in volumi; è la qualità del sonno e dell’amore che si può avere in una stanza da letto; è la possibilità di respirare aria pulita e di respirare bellezza quando si portano i propri figli sotto casa con il passeggino; è la possibilità di scelta e l’assenza di un destino già scritto.
[1] Italo Calvino, Le città invisibili, Ed.Mondadori, 1996









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